Un saluto a tutti,
mi chiamo Gianfranco Brusadin e sono un TSRM attualmente in servizio in Fisica Sanitaria, dopo diversi anni passati in Oncologia Radioterapica. L’idea del sito la trovo veramente valida e mi rendo conto che alcuni toni accesi presenti nelle discussioni sono dettati dalla situazione di inoccupazione nella quale molti colleghi si trovano. Non è facile e lo capisco. Qualcuno ha scritto che tutte le difficoltà sono delle opportunità per cui potrei dire che il fatto di essere inoccupati può essere in effetti la spinta in più per fare ad esempio la scelta di andare a cercare lavoro all’estero ovvero provare ad estendere il proprio ruolo professionale in ambiti nei quali tradizionalmente la figura del tecnico sanitario non è prevista, benché l’evoluzione tecnologica imponga una revisione continua di ruoli e funzioni, a causa, forse, del retaggio culturale che vede il professionista sanitario come non laureato e dalle competenze più limitate o a causa del fatto che alcuni colleghi ritengano che l’ambito di cui ci si debba occupare sia sempre il più ristretto nella malcelata logica di fare il meno possibile (a tale proposito permettetemi una divagazione: quando sarete occupati diffidate di quei colleghi e cercate di essere curiosi delle novità cercando di estendere il vostro ruolo professionale in modo da mettere la vostra intelligenza al servizio del paziente e della comunità in primis, ma anche perché da atteggiamenti proattivi si creano nuove opportunità di lavoro per voi stessi ma anche per i vostri Colleghi inoccupati), potrei dire di cercare di proporvi in ambiti quali l’industria elettromedicale come application specialist o quant’altro.
Potrei, ma mi rendo conto che con le tuberosità ischiatiche al caldo, per così dire, è facile salire su di un piedistallo e fare sermoni, per cui non dico.
Ma c’è un aspetto del vostro progetto che mi ha colpito: “… abbiamo l’ambizione di fare cultura professionale …”
Ed in questo ambito, in qualità di Direttore responsabile dell’HPJ, permettetemi di dare questo spunto di riflessione.
Tutti avete fatto una tesi di laurea che, nella maggior parte dei casi (almeno per quanto di mia conoscenza), è rimasta fine a se stessa e chiusa in un cassetto. Francamente lo ritengo uno spreco. Una possibilità potrebbe essere quella di trasformare quella tesi in un articolo scientifico da proporre per la pubblicazione in una rivista peer review come appunto HPJ (http://www.hpjournal.org).
Certo c’è del lavoro da fare, infatti bisogna seguire le istruzioni per gli autori (http://www.hpjournal.org/images/servizio/HPJ_Istruzioni%20Autori.pdf), ma credo che il gioco valga la candela in quanto, se l’articolo sarà pubblicato, avrete la possibilità di fare conoscere il lavoro fatto e quello che è un ambito di competenza posseduto, e nel tempo avrete la possibilità di veder riconosciuta una pubblicazione valida (oltre per il contributo scientifico intrinseco) per concorsi e magari anche per l’accesso a docenze universitarie e quant’altro in un’ottica lungimirante. Sul fatto di pubblicare in una rivista peer review e con l’ambizione di avere un impact factor riconosciuto, rimando all’articolo pubblicato sul numero 0 della rivista (http://www.hpjournal.org/pdf/vol_1_n_0_2011/HPJ_01_00_P_7-12.pdf) che, a mio avviso fa ben capire quale sia il campo di gioco sul quale ci si muova per essere riconosciuti come professioni intellettuali.
Come collega, ma anche come cittadino e utente del servizio sanitario permettetemi, invece, questo commento che ha lo scopo di cercare di dare un contributo al tema della disoccupazione/inoccupazione dei tecnici sanitari. Più su ho scritto “professione intellettuale” ed in effetti terminati i tre anni, è possibile fregiarsi del titolo di “dottore”. Che poi deriva da docente cioè colui che insegna. E’ un titolo impegnativo che deve essere sostenuto da una sostanza di conoscenze e approccio ai problemi che forse non tutti i corsi di studio, de facto, offrono. E qui si potrebbe aprire un’ampia discussione con margini non sempre definiti. Il problema è quello del livello di formazione offerto dalle Università in un mercato del lavoro sempre più competitivo. C’è anche chi, da tempo, propone di togliere il valore legale al titolo universitario. Insomma non conta l’etichetta che uno ha addosso ma quello che effettivamente sa, sa fare e sa gestire nel senso più ampio del termine. Il che richiederebbe una sostanziale modifica dell’impianto del pubblico impiego; quindi non rendite di posizione ma vera meritocrazia (a tutti i livelli). Ma rimanendo su quello che si può cambiare io credo che sia dovere di ogni studente (e neo laureato) delle professioni sanitarie pretendere (e segnalare se così non è) ad esempio di fare i tirocini come previsto dai piani di studio e che effettivamente i professori insegnino ed esigano che gli studenti arrivino agli esami preparati bocciando chi non lo sia, e magari come studenti non presentarsi all’esame se non si ha studiato consapevoli che poi il lavoro che si andrà a fare ha come centralità l’essere umano e il fatto di non aver studiato potrebbe significare il dare una prestazione inadeguata alla persona.
Mi sono dilungato e mi scuso, concludo condividendo con voi una massima, forse Confuciana e forse nota, alla quale ho cercato di ispirarmi nel corso della mia vita: è meglio cercare di accendere una piccola candela che maledire l’oscurità.
Un saluto cordiale
Gianfranco Brusadin